venerdì 23 giugno 2006

pesca sportiva - sport casting


ho tre ore di attesa prima di prendere il taxi per l’aeroporto di pechino. decido di fare quattro passi, ma non so nemmeno dove sono. anche oggi non si vede nulla di nulla. grigio. mi fiondo in un centro commerciale affianco all’albergo. niente di interessante. i soliti pupazzetti, le boutique vuote di qualche pazzo designer europeo dell’alta moda che vende cose impossibili da comprare o che si trovano a un ventesimo al mercato del falso. le migliori boutique sono quelle degli orologiai. rolex, tissot, patek philippe. ci sono le commesse in tailleur che chattano sui pc. luci, vetrine fantastiche. e sono vuote.

mangio al kfc. dopo una settimana di solo cibo cinese mi sembra buonissimo. riempio di ketchup e sono contentissimo di schifezzarmi con sta schifezza che in italia non ho mai nemmeno considerato, se non appunto come una schifezza.

riesco. stradone a dieci corsie, poche auto. mi addentro in delle stradine. il quartiere è nuovissimo, quindi sterile. manca la vita cinese. mancano le bancarelline, la gente che taglia, piega, costruisce roba per strada. manca l’ortolano e la giaotseria. manca la signora delle frittatine. mancano le falagnamerie con la circolare sul marciapiede.

mi fermo un attimo ad un ponte. non mi passa più. ancora un’ora. c’è tanta gente che guarda curiosa nel fiume. saranno una ventina di persone. sguardo vuoto. silenzio.

quattro uomini stanno pescando in un canale che non oso descrivere troppo. canale a pechino. acqua stagnante. ma cosa vuoi tirar su da qua. la gente intorno è immobile. guardo anch’io. un galleggiante affiora storto. troppo poco piombo alla lenza mi dico. una tocca. un’altra. dai, dagli l’incoccio. aaah, perso. la gente mormora, del resto dai, non ha incocciato, come si fa. ci guardiamo e scuotiamo la testa. il signore urla qualcosa che da noi potrebbe essere un “ma farvi li cazzi vostri no eh?”. adesso tocca all’altro. tic, tic, e via che va giù. incoccia, incoccia. trac che ha preso. viene su un pescettino nero nero, che non riempie il palmo di una mano. il fisherman apre il boccione dell’acqua che ha affianco e lascia scivolare il pesce al suo interno

soddisfazione generale. il pescatore alza lo sguardo al pubblico. sorride felice e soddisfatto. giustissimo lo sguardo di sfida al vicino. è un garone. pastone sull'amo, palletta a nascondere l'inox, slancio e via che si ricomincia. quarantacinque minuti. vediamo che altro vien su da qua va.

giovedì 22 giugno 2006

biancaneve e compagnia bella


ancora provati dalla battaglia di changcheng sediamo sul pulmino che ci riporta a pechino. mi guardo attorno. panorama quasi lunare. colline brulle o comunque poco verdi, pochi alberi, la muraglia con i tetti stile castello medievale...èh?

uhmamma, ma non vorrano mica fare un parco dei divertimenti qui? e invece si. o almeno c’hanno provato. sembra che un signore abbia iniziato a costrire questa pacchianata pazzesca con l’intenzione di vendere poi il pacchetto “chiavi in mano” direttamente alla disney. in alternativa mi sa che lo chiamava disneyworld lo stesso.

poi pare che sia finito in rovina.

vedere questa cosa in cina, avendo alle spalle la muraglia cinese, è terrificante. da brividi noglobal. per fortuna riesco a scattare una foto dal pulmino in corsa. chi me la crederebbe mai una cosa del genere..

mercoledì 21 giugno 2006

changcheng


changcheng. la città lunga. senza dubbio è la città più lunga del mondo. è la città simbolo della cina. è alta circa cinque metri e si snoda per migliaia di chilometri. col tempo lungo di essa si sono formati accampamenti, assembramenti, città. da cui il suo nome cinese. la conosciamo tutti. noi però la chiamiamo muraglia. questo nome racchiude molti significati. per loro un luogo di vita e scambi, come una città. per noi un muro che impedisce di entrare o di uscire.

ad ogni modo, “bisogna andare alla muraglia per esere eroi”. lo ha detto uno dei presidenti della cina. lo dice la guida, ma io sono un po’ stanchetto durante il viaggio e mi sono perso il nome del rispettabile signore. frase sibillina. vai alla muraglia e diventi un eroe o solo se sei un eroe puoi andare alla muraglia?

lo sbarco dal pulmino avviene in un megaparcheggio pieno di guerrieri simili a noi, un po’ bianchicci, spaesati, con macchine fotografiche affilatissime e dalla stazza non indifferente. sicuramente la forza internazionale. dall’altra parrebbe un esercito nazionale. sono molto più agguerriti ed organizzati. le bancarelle dei souvenir sono ovunque e sono tanti. sarà una giornata che entrerà nella storia. eroi contro eroi.

sfondiamo con relativa facilità le prime linee di tessuti e statuine di plastica in finta giada, ma il “loles audomènii” ci crea delle notevoli difficoltà [rolex automatic]. paro il colpo evitando il contatto fisico col nemico e sferro un colpo micidiale “tai gui le, wo bu mai le” [è troppo caro, non lo compro]. il nemico crolla a terra, non aveva nemmeno proposto il prezzo e la mia mossa lo spiazza completamente.

proseguiamo veloci lungo la prima salita alle prime torri di guardia sparse lungo la muraglia, ma dopo pochi metri gli scalini irregolari e la pietra liscia, ci tagliano le gambe. in un anfratto ci ripariamo dal vento e riprendiamo fiato. sarà durissima. l’allenamento di quest’inverno con le ciaspole non è servito a nulla. ripartiamo, meno spediti e con passo più regolare. al momento la forza internazionale non incontra resistenza. avanti, non fermiamoci.

alla prima torre finisce la prima salita. non vedo l’ora di riposarmi in discesa. i primi tre scalini mi provano al punto che non riesco a proseguire e mi fermo stupito della mia scarsa forma fisica. ho i crampi!

mi guardo intorno. certo che aspettare il nemico in montagna è una mossa strategica pazzesca. vuoi venire a darmi fastidio? e io ti aspetto in montagna. già fai fatica a muoverti, prova a superare la muraglia, con tutti i suoi soldati freschi e riposati. ma io sono un eroe o sto per diventarlo. non mi posso fare prendere dallo sconforto. avanti.

sali, scendi, vento, sali, scendi, vento. ecco la vetta, il punto più alto che la muraglia raggiunge in migliaia di chilometri. gli americani con la loro stazza non ci sono più. li avranno catturati, immagino. del resto anche la salita avrà contribuito ad indebolirli. io stesso sono molto provato. ecco che arriva l’esercito nazionale. attacca con riproduzioni in gesso dell’esercito di terracotta, ciondolini portafortuna, piastrelline battute a mano [ci sono le tracce da seguire, come in quei libri “coloriamo insieme”] flauti di plastica e ogni altra cineseria che potete immaginare. non mi avranno, c’è addirittura il cane a pile che fa le capriole, come quelli che vendono da noi, con gli occhi verdi da epilessia e i rumori meccanici. resisto eroicamente.

poi, una fitta al fianco. colpito. fa malissimo, mi accascio, arrivano in troppi, devo reagire. il certificato da eroe su piastrina in rame con il mio nome inciso al momento da un miliziano a venticinque kuai è troppo. devo averlo. soccombo sotto i colpi del trapano a batterie con cui scrive che mikaile è stato sulla muraglia ed è quindi un eroe. non faccio in tempo a gioire, a trovare le parole per descrivere l’onore, che arrivano gli americani. scendono da una piccola monorotaia che ferma qualche metro più in basso. raffiche di fotografie. e la foto col cammello, e la foto vestiti da geisha o da generale cinese. la forza internazionale è barbaramente sconfitta. gli danno anche il certificato da eroi. ma come, non si sono nemmeno impegnati a farsela a piedi, ma dai, ma che presa in giro. deluso proseguo nel percorso e scendo. arrivo al nostro destriero un po’ rincuorato. io so che ho sconfitto la salita. un po’ eroe lo sono.

affianco al parcheggio mi colpisce una bancarella con una gigantografia dell’ultima torre. davanti ad essa una giovane coppia si fa riprendere con la torre come sfondo. altri trentacinque kuai a testa e gli danno il certificato da eroe. lo prendono e si infilano in un baretto a mangiare. ah, bella roba. così sono capaci tutti.

ma io sono un eroe, è scritto qui, sul certificato.

martedì 20 giugno 2006

beijing


beijing, la capitale del nord, pechino "è la città più punk della cina" g.q. vado a pechino ad aprile. ci andiamo per lavoro, ma per fortuna c'è di mezzo una domenica e abbiamo il tempo e la voglia di andare a fare un giro in città. sono molto curioso, ma contemporaneamente sto un po' male. c'è qualcosa nell'aria. mi bruciano gli occhi, respiro male. do la colpa al condizionatore dell'albergo. lo spengo, del resto da milanese fighetta mi da fastidio l'aria secca da albergo. il mattino successivo sposto le tende prima di scendere. il paesaggio mi coglie impreparato. non si vede nulla dallo smog che c'è. nulla. sono veramente sconvolto. non è possibile. vivo a shanghai, anche li c'è lo smog, ma qui è impossibile. la foschia è totale e soprattutto grigia. sembra milano con la nebbia. solo che la nebbia è grigia. completamente grigia. intravedo una torre della televisione che scoprirò essere a circa un chilometro. a dire il vero la intuisco, vederla è impossibile. impossibile. ancora sconcertato scendo per la colazione e i commenti sono unanimi. risate incredule. "ma oh...haha, ma non si vede nulla, ma com'è possibile? pazzesco, hah, pazzesco". usciamo, il pulmino con la guida ci aspetta per fare il giro turistico tiananmen e città proibita. non ci piace molto essere scorrazzati in giro con una guida, ma del resto il tempo è poco e quindi ci tocca. tiananmen è immensa. non finisce più. non se ne vede la fine. e non si potrebbe. è lunga ottocento metri, e da dove siamo noi si dovrebbe vedere l'entrata della città proibita. e non la vedi. non la vedi. ad ogni modo più che altro è quello che è successo qui che fa pensare. la piazza in sè è una piazza. c'è il mausoleo di mao, il serpentone di gente che aspetta di entrare, i palazzi governativi tutt'intorno, il monumento al milite ignoto. bello averla vista comunque. e poi è domenica, c'è gente che cammina, gente che guarda in cielo a gruppetti, gli aquiloni altissimi, colori, movimento. proseguendo arrivi all'entrata della città proibita. per chi ignora, si chiama così perchè essendo la dimora dell'imperatore, era proibita al popolo. ci sono molte mura con all'interno della sorta di piazze, che fungevano da filtro. man mano che si procedeva verso l'interno, si veniva filtrati per rango o l'importanza, fino ad arrivare alle stanze dell'imperatore in cui poteva entrare solo lui, la moglie, le mogli, le concubine e la servitù. gli altri si fermavano molto prima. è bello qui dentro. da un lato non ci sono i rumori del mondo esterno, dall'altro vedi un mondo totalmente diverso da quello in cui sei cresciuto. ci sono una quantità infinita di richiami simbolici e numerici alla fortuna, alla superstizione. e nove borchie per nove borchie alle porte, e le nove colonne, e le cinque porte e le tre arcate, e le millenonsocosa piastrelle, e i colori per questo e per quello. ci sono i numeri yin e i numeri yang. quelli che portano bene sono gli yin, i numeri dispari. uno, tre, cinque, sette, nove. nove si pronuncia allo stesso modo come "lunga vita", quindi alle porte ci sono nove borchie per augurare lunga vita. ma puoi augurare ad un imperatore cinese una lunga vita? no, e quindi le moltiplichi per nove, le nove borchie, così fa ottantuno e auguri una vita infinita. e se la porta è piccola? cinque, perchè è il numero che sta al centro tra l'uno e il nove, nei numeri yin. e tutto così. le colonne, i passi che si possono fare, e le cisterne per l'acqua per spegnere i fuochi, che sono messe così e non cosà. dopo un po' mi perdo e da ignorante stacco la spina. quante pippe mentali. o magari sono io. rimango un pò così. anche qui come a sozhou, è tutto rifatto, vernice fresca. bello ma finto. splendidi colori, ma forse troppo sgargianti. e poi manca tutto l'ambiente. e allora mi immagino le piazze colme di gente che affareggia, traffica, parla, litiga. in effetti sarebbe tutta un'altra cosa. come piazza castello a milano con cavalieri e bancarelle. un'altro mondo. comunque merita. forse sono io che sto fantasticando troppo e mi perdo l'atmosfera. ritorno vicino alla guida. racconta la vita dell'imperatore a corte. sogno ancora un po', ma mi sembrano eccessivi i rituali. e l'imperatore che deve entrare di qua e l'imperatrice di la, porta stretta per cui oltre allo sforzo si vuole intendere che deve entrare da sola, lasciandosi dietro tutto il resto. molto lontano dalla nostra cultura. forse è anche la massa di gente che c'è. uno addirittura sta orinando contro una statuetta in un angolo del giardino proibito. e foto d'appertutto. e poi...la cosa che mi ha lasciato con l'amaro in bocca. "american express is proud sponsor of the reconstruction of the forbidden city". spengo la macchina fotografica. hai capito. mah. punk mica tanto, ma di sicuro ci sono stato troppo poco.

dal notaio

devo fare verificare il contratto d'affitto da un notaio.

appuntamento alle nove davanti all'ufficio pubblico del notaio, o al pubblico ufficio del notaio pubblico, insomma quello li. è anche simpatico, si premura di capire se io ho capito cosa c'è scritto sul contratto, le varie condizioni, caparra, affitto e tutto il resto. spiego tutto, assieme al padrone di casa ed all'agente. mark è comunque una persona onesta. quello che mi aveva detto riguardo al contratto è tutto vero e siamo daccordo che non mi hanno fregato. del resto è un affitto, se mi hanno fregato è perchè mi stanno facendo pagare troppo. comunque vedremo.

dopo un po' che mi interroga, prende un altro dei contratti che ha davanti, sono cinque copie, e riattacca con le domande. le stesse di prima, e intanto ricontrolla. nel frattempo entra una tizia con dei fogli, sposta la nostra roba e mette la sua. il notaio le parla tranquillo. poi continua con noi. contratto numero tre, e qui si blocca. non fa domande devo recitare il contratto a memoria. l'agente s'incazza, che siamo gia dentro da un'ora. e io ricomincio. e l'affitto, la caparra, le condizioni....

entra un'altra signora, arrabbiatissima, urla come una matta. sputazza che è una meraviglia. il padrone di casa si alza e le urla qualcosa. ridono tutti, spostano i documenti e il notaio timbra e firma e ride e timbra. io sono seduto nell'angolino della scrivania. inizio a essere provato. nella stanzetta si è aggiunta una ragazza magra e fragile, pare di vetro. la signora di prima ha finito. esce. adesso tocca di nuovo a me, no, si interrompe, dice al padrone di casa di dover fare delle fotocopie. una delle poche parole che conosco e trac, ti tiro fuori tutti i documenti del caso, fotocopiati. siberia. freddo glaciale. il notaio mi guarda. ride. la temperatura sale di colpo. ma che bravo che sai il cinese, lo intuisco almeno... e niente. migliora tutto. è meno duro nelle domande in inglese e tutto il resto.

poi entra sto tipo. strascina i piedi che è uno spettacolo. sciabatta. sposta i documenti. timbri e firme. prende il mio passaporto e lo guarda a lungo....a un centimetro dagli occhi. non importa a nessuno quello che fa. estrae una quantità di carte cartine, visti, passaposto, carta d'identità...ma chi è? mi guarda, o meglio scruta l'orizzonte davanti a se, ridacchia e dice.."...zuqiu bi sai...wodda cheppios...." e io a quel punto, "dui dui, yidali shi world champion" e mi snocciola "gluosse', giatuise', tòtì, lambuotà, bufò...." ride e io rido con lui. ha finito ed esce. torniamo al contratto. fermi tutti, il passaporto! fortuna che il maratoneta è ancora fuori dall'ufficio. "duibuqi, duibuqi, ...." guardo stupito mark, mentre il football fan mi ridà il passaporto. "you lo, maiko...he issa eighty sikkas yeass old, he fogott yo passpot" e grande nonno, e la testa? sorrido, gli do la mano e torno dentro. ma che razza di posto, buffissimo.

alla fine facciamo finta che io abbia una fretta del divolo, quindi i documenti saranno pronti per settimana prossima. urla e strette di mano finali, tre ore emmezza di trafila burocratica, firme firmette, timbri timbrini, pim, pum, firmi qua e qua, pam, pam, una qua e abbiamo finito. "fanno 767 kuai. no, no, non paghi a me, vada dalla signorina..."

notaio....siete tutti uguali. timbro

lunedì 19 giugno 2006

le quattro fasi di shanghai


le quattro fasi di shanghai:

sbarcato

prima convalescenza

incubazione
pronto


sbarcato: sei appena sbarcato, e non ti capaciti delle leggende che ruotano intorno a malattie, cibo, acqua e quant'altro. stai benissimo e vivi una fase di straordinaria estasi culinaria, provi di tutto e deridi tutti coloro che raccontano le leggende di cui sopra. ti senti invincibile. in questa fase sperimenti il famoso tunnel dei dieci kuai culinari, che a volte arriva a toccare i cinque kuai. in pratica si tratta di scegliere pranzi e cene che nel complesso non raggiungono la spesa pro capite di un euro. talvolta, come allo zozzone sotto all'ufficio si toccano livelli bassissimi; ricordi ancora il famoso e prestigioso pranzo da pancia piena alla giaotseria "lurida" a dicasi ottanta centesimi di euro. sei felice e non credi al tuo portafogli.


prima convalescenza: i tuoi amici lo sapevano e ti avevano avertito, ma eri uno sbarcato e non immaginavi. sarà lo stress, i mille batteri sconosciuti, il jet lag, la lingua, l'acqua, il cibo o tutto assieme, la visione olistica cinese, ti viene un febbrone che ti stordisce. ti guardi allo specchio, deperito, bianco e con due occhi vuoti. sensazione terribile di sbilanciamento terrestre, febbre. non riesci a uscire di casa. unica cosa che riesci a dire: ragazzi non so cosa mi succede, penso che starò a casa. sei stanchissimo e non credi a quanto in fretta perdi i sensi.


incubazione: stai benissimo, "per fortuna eh, ho passato un momento che huh, davvero ragazzi...". la flora intestinale ritrova una ragione di vita, e tu stesso sei in pace col mondo. vivi la cina in un modo tutto nuovo. scopri i ristoranti occidentali. ti manca la cucina di casa, e a dirla tutta vorresti anche migliorare la qualità di cibo e ambiente. scopri che la verdura è buona e i frullati dell'element fresh sono mondiali, buonissimi e ti fanno un gran bene. lo yoghurt della danone ti dà quell'ebbrezza al mattino che avevi dimenticato. al cinese ci vai lo stesso però sei un po' più sofisticato. sotto i trenta kuai ci vai mal volentieri. vogliamo poi parlare del sushi? finalmente lo riesci ad apprezzare, ed anche il sashimi ha tutto un altro gusto se il tuo primo pensiero appena lo infili in bocca non sono i dieci euro che stai gettando al vento in pesce puzzolente. sushi e sashimi sono buonissimi, se freschi e fatti da gente che sa come farli e soprattutto servirli. se poi li paghi quattro euro sono una squisitezza. ritorni felice e non credi ai tuoi ritrovati sensi.

pronto: ti avevano avvertito anche stavolta. vacci piano che non è tempo. e tu anche stavolta ci ricaschi. le papille non ce la facevano più, volevano scoprire tutto. e hai rischiato. qualla frittatina per strada è stato un errore da sbarcato. e poi te lo dicevano che dovevi portarti dietro una magliettina della salute, o un cappellino se andavi nei posti chic d'estate. lo sbalzo di temperatura non potevi reggerlo. e poi siccome faceva caldo sei uscito senza asciugarti i capelli, gettandoti nel taxi siberiano. e poi dai, chiedere una coca cola ghiacciata, palese. dillo subito che vuoi farti del male, non ti ricordi che il ghiaccio lo fanno con l'acqua del rubinetto? ad ogni modo, sia come sia, che sia stato questo o quello stai di nuovo male. sono passati due mesi. due mesi di incubazione, te li sei beccati tutti in un botto i bacilli, i virus, le schifezze in pancia, il raffreddore estivo con quaranta gradi all'ombra e diciotto nei bar. non disperare. stai a letto, non uscire. dura poco. un giorno, al massimo due e sei di nuovo in forma, dicono. se sopravvivi sei pronto. non credi più a nulla.
adesso sei invincibile

giovedì 15 giugno 2006

suzhou



shanghai ti strapazza al punto che nel weekend staresti a casa a dormire tutto il tempo. se non fosse che ogni tanto qualcuno si inventa qualcosa di costruttivo da fare. beppe. nel caso di sozhou è stata l'astinenza da surf a convincerci ad andare a casaccio al primo lago che ci capitava a tiro, nell'illusione che una volta a destinazione non ci fosse altro che una scuola di surf con materiale bellissimo e nuovo ad aspettarci. corriamo in stazione, prendiamo i biglietti. treno fantastico, prima classe, costo 1,4 euro. mai visto. la stazione invece è un po' desolante, ragazzini cresciuti troppo in fretta fanno i bulli entrando ed uscendo dalle finestre e chiedendo sigarette ai viaggiatori seduti in questi enormi stanzoni d'attesa, come al check in in aeroporto.si aprono le porte, si scende al treno, pulitissimo, veloce che manco l'eurostar, una favola. fuori scorre un mondo che sai che esiste, ma che non vorresti vedere. tutto quello che sai di sapere e che vedi scorrere veloce fuori da una finestra. a vederla bene è anche più triste come cosa, decidi di non partecipare, non farti coinvolgere, riparandoti dietro la scusa di essere in treno e quindi semmai, se anche nel caso, comunque impossibilitato ad intervenire. va veloce il treno, anche troppo, si lascia dietro tutto, c'è molto verde, in un'ora arriviamo a sozhou. lonely planet sacrifica una paginetta con una mappa dei giardini botanici e una minima descrizione. "i giardini botanici a, i giardini botanici b, da vedere anche i giardini botanici c..." "il lago, beppe, come ci si arriva al lago, cosa dice?!"
a volte ci sono quei momenti in cui semplicemente ti viene da ridere perchè se ti arrabbi o te la prendi con te stesso, o appunto, conviene ridere. a sozhou non c'è il lago. cioè, c'è, ma è quasi come dire che nei dintoni di brescia c'è il lago di garda. c'è, ma se non hai idea di dove sei...

ora che ci passa la "scimmia da surf" che ci era venuta, passa un po' di tempo, ci fermiamo a mangiare una focaccia xingianese appena sfornata. quantomeno è uscita dal forno, il caldo disinfetta. il resto del baracchino è meglio non vederlo; non si vedrebbe nulla comunque, è completamente nero. ormai siamo qui, cheffare. il posto è molto pittoresco, la gente ci guarda come marziani, ci fa le foto coi telefonini, una ragazza fa la foto con noi, è simpatica come cosa. e si che di turisti ne dovrebbero passare. probabilmente li scaricano a pulman come i giapponesi da noi. vabbeh, quindi? giardini a, b, c.

prendiamo un risciò, che fa molto colonialista, ma del resto, vuoi non prenderlo? il ciclista fa un po' pena, la salita del ponte la sente, fa fatica. il risciò pesera cinquanta chili, tutto di ferro, pedaline di legno, tendalino distrutto. viene voglia di scendere e spingere. per fortuna poi c'è la discesa, un po' d'aria, bella sta cosa del risciò, hai tempo di guardarti intorno, con calma, gli odori, le facce, le buche ..e che, oh...in contromano col risciò?! "beppe, stavolta ci siamo" ci viene incontro di tutto, autobus, autocisterne, motorini, mamma mia, ancora un po' e dalla tensione piego la maniglia a cui mi aggrappo in cerca di una vana sicurezza. fortuna che gira, questo è pazzo. non siamo proprio ai giardini che volevamo, siamo a quelli prima, vanno bene lo stesso. venti kuai, a testa. "ma se erano dieci in due, cosa sta dicendo." il mago fa il gesto della salita, si capisce che siamo pesanti e che quindi costa di più. la prossima volta col cavolo che mi viene la compassione, guarda te, tutti che ci vogliono fregare. del resto siamo turisti.

i giardini chissacosa, chissadove non sono niente male, carini, piccolini, una signora suona il flauto. ci sono gli alberi, un po' di verde, gli uccellini che cantano. gli uccellini che cantano, che bello da quanto tempo...e si sentono le voci dei bambini laggiù che lanciano le foglie alle carpe. che pace. prendiamo una birra e ci godiamo il silenzio. saliamo sulla torre del tempio, in rifacimento, ennesima trappola per turisti in costruzione. ci guardiamo intorno, smog, palazzi lontani, che si perdono all'orizzonte. a sozhou vivono tre milioni di persone, sozhou sulle cartine principali non c'è. "eh, però, niente male beppe, milano ne fa?... mi sto sentendo male."... "vedi il lago tu?"... "no...."....... "infatti....".

il resto della sozhou turistica è troppo finto. i giardini "trappola per chiunque" sono belli ma troppo lucidati. i fiori in effetti sono molto curati, le piante e tutto il resto, solo che manca la macchia, la crepa. matrimoni, confusione, ci metto dei minuti interi a scattare delle foto in cui non compaia gente, per poi scoprire una giacca rossa o una faccia dietro ad un vetro o un albero. mal di testa. un mal di testa terrificante.

torniamo a shanghai in un vagone letto stracolmo di gente, in cui beppe grazie all'esperienza accumulata sulle ferrovie nord, strappa due posti in corridoio. tutta sta gente dove va, da dove viene, che storie porta con sè, cosa cerca in quella confusione tremenda che è shanghai, cosa ci sono venuto a cercare io? domande importanti che qui hanno tutto un altro senso. come si fa ad emergere in questo mondo di gente? o siamo noi, io, a voler emergere, e la macchina e la casa e tutto. i telefonini dei ragazzi squillano senza sosta, giochini, suonerie impossibili, luci, led, risate, l'odore del thè, fuori la natura e gli uomini sovrastati dalla natura, i draghi che combattono, il cielo in fiamme. mi addormento scombussolato dai pugni in testa che mi dà la cina. che mal di testa.

alle porte di shanghai un messaggino: ragazzi che fate stasera, usciamo?

elimina messaggio. conferma. spegni telefono.

mercoledì 14 giugno 2006

alba


al barrouge ci sono anche tornato.
si era in tanti, qualcuno era sicuramente di troppo. stavamo già naufragando da un po'. storie strane qui a shanghai, un crocevia di vite strane. del resto che ti aspetti da shanghai. non è che uno esce di casa e va a shanghai. la maggior parte della gente è qui per dimenticare qualcosa, qualcuno, cambiare vita, riprovare a fare qualcosa di interessante, reset, ripartiamo. e cosi ti ritrovi in mezzo a questi incroci di follia. chi sta qui un mese, due, otto, due anni ma torno domani, parto lunedi e ci rivediamo tra due mesi. fortuna che mi sono stufato di barrouge. e anche gabriele. già gabriele. secondo lui ci siamo conosciuti al primo anno, io sinceramente non ricordo. i primi anni di università ero troppo preso dalla novità. ogni giorno era nuovo e chennesò. mi ricordo da quando marcella ci ha presentato diciamo così ufficialmente. mi pare che abbiamo parlato di manowar, ed è tutto dire. ad ogni modo un'amicizia strana, di quelle profonde. di quelle che non ti senti per un pò, ma meiguanti, ci si becca alla prossima e via così. una gran bella amicizia. niente, "pacco il barrouge, usciamo, facciamo una camminata dai". kèdi, birra, "you have sigarettes?, no? bruno andiamo al prossimo". kèdi, birra, "you have sigarettes?, no? bruno andiamo al prossimo". kèdi, birra, "you have sigarettes?, no? bruno andiamo al prossimo", "si, bella, ma stavolta birra piccola che non ci sto più dentro", "perchè, io?". e così ci siamo addentrati nella notte, passo dopo passo, dal bund con le sue luci, il suo casino, passando per una quantità di strade e viali, parchi, ponti, raccontandoci il più e il meno, il tutto e il niente, sempre in fuoritema. la cina si la cina no, ma che paese, ma che bel paese, ma qui, ma li. e poi, davanti ad un vagoncino dei trenini su ruote per turisti che pubblicizzava una vacanza in australia, di colpo.. "che silenzio" incredibile. birra, sorsata. che spettacolo, finalmente il silenzio. non so nemmeno dove siamo. ma è uno spettacolo. niente camion, niente clacson, niente biciclette, niente campanelli, niente. silenzio. due voci dietro di noi di due amici che parlottano, una coppia che si guarda negli occhidentro ad un trenino. che fissa gabri. non pensavo fosse possibile il silenzio a shanghai. inizia a fare chiaro, le ombre scure dei grattacieli si perdono, le lucine bianche e rosse sui tetti non si vedono più, cielo grigio. però, che silenzio. quanto manca fino a casa? beh, dai, ormai si continua. bella gabri, dicevo, sai che poi la cina..... inizia a fare chiaro, il primo rigattiere attacca la sua scampanellata quitidiana, e due amici camminano tranquilli parlando del più e del meno, del tutto e del niente.

notti a shanghai: barrouge

non si può andare a shanghai e non andare al barrouge.

o forse si. forse va visto per rendersi conto che non è che sia poi sto posto. è carino in realtà, ma solo se non è venerdì o sabato. sabato poi è veramente impossibile. barrouge perchè a parte le pareti rosse, al centro il bancone è illuminato da molti lampadari di quelli della nonna, con le foglie di vetro ricamate, pacchiane, eccessive, ma rosse, che quindi danno quel non so che di strano all'ambiente.

giustamente ci andiamo di sabato. gente, massa, casino, corpi che saltano, musica altissima. già, la musica, in realtà mi piace, house un po acidina, non mainstream, mi piace. si balla, bello. caldissimo, sete, vado al banco, mi hanno avvertito, niente cocktail complicati, non li sanno fare. gin tonic, versare gin, acqua tonica, ghiaccio, una fetta di limone, no, non sono capaci a fare manco questo. ad ogni modo prezzi da milano, ottanta kuai, eccessivi. però c'è questo flair da ricco occidentale inglese che va a fare esperienza nel mondo che prende bene. torni a ballare e poi capisci dove sei.

sembrano fotogrammi di un servizio giornalistico.
tende, tavolini, luci soffuse, musica martellante, alcool a fiumi, li un secchio con lo champagne, vodka, gin, fumo denso, gente con lo sguardo allucinato, sembrerebbe che hanno...no, ma siamo in cina, come possono, no, non ci sono dubbi, paonazzi, arrossati, sguardo folle, si credono imperatori, non c'è dubbio. hanno, eccome. e poi ancora, età media piuttosto alta, tanti ragazzi che ballano, ma anche tanti in la, brutti, grassi, sudaticci, ostentatori, e loro, ragazze giovanissime, ubriache e sfinite dal troppo bere o troppo altro o finte tali, cinesi, russe, filippine....

"michè, questo mi ricorda i gironi danteschi dei lussuruosi", ebbravo lu, non c'è dubbio. vedila un po' come ti pare, gira che ti rigira questo posto è un porcaio pieno di fighetti. peccato, la musica è bella. sono comunque le tre. basta va, andiamo.

non si può andare a shanghai e non andare al barrouge. o forse si.

notti a shanghai: zapata's


ragazzi, tutti allo zapata! bene, che bello, andiamo. e via che si va, taxi, notte di shanghai, luci, colori, gente. sono le undici di notte, mercoledì, mi sembra un po tardi, ma cosa vogliamo farci, del resto sono qui da due giorni, ho un fuso orario che non se ne sa, facciamo anche questa. mentre il taxi affronta curve e vialoni te lo immagini un po questo zapata. locale un po shabby, bettola con luci e cavolate, e in effetti la tua immaginazione da occidentale che non ne sa nulla toppa clamorosamente. lo zapata's, lume delle notti del mercoledì della shanghai giovane e sregolata ti accoglie con donne poco vestite che ballano sul bancone, una marea di gente impazzita che balla a ritmi propri, musica a rottura di timpano e poi lei, la mitica barista dello zapata! passano due canzoni e il diggei, raccapricciante nel tentare di mixare qualcosa, fa partire una buffa canzoncina messicana, nota come "tequila", il pubblico è in delirio e io che sono sul bancone da quando sono entrato mi metto come i miei compari in ginocchio, apro la bocca come un pulcino affamato e via, arriva la barista americana con la sua gonnellina cortissima e tutta la sua trabordante abbondanza con in mano l'ambrato liquido comunemente noto come...benzina pura, ti brucia ovunque, mamma mia che roba, ancora ancora, lei sbaglia un po la mira, ne va una quantità sul collo, il resto negli occhi, due gocce in bocca, evviva, vai bella versa versa. sono le quattro quando torniamo verso casa, ballato tutta la notte, uno spettacolo, come sempre e come sempre sarà. per la via un kedì per fortuna, per prendere un po' d'acqua. che serata. quasi come il carnevale di storo, follia pura. eh, bruno, chi lo avrebbe mai pensato, shanghai, cina e carnevale di storo, hah

takasi


a shanghai ci sono circa 40.000 taxi, contro i 14.000 bus pubblici.

se sei occidentale, con ogni probabilità non hai una cartina dei mezzi, e se ce l'hai la guardi e la riguardi, ma rimane un oggetto pieghevole e incomprensibile. se non è falsa, quindi con nomi che non corrispondono, è comunque in cinese. quindi ecco che alzi una mano, che fa tanto niu iork, e speri che si fermi un chuzuche [ciuzucie], una "macchina in affitto guidata da uno che la macchina è la sua ma ti ospita", ovvero un taxi. e qui comincia tutta un'altra storia.

ci sono penso cinque compagnie di taxi, la gialla, la verde, la rossa, la blu e la bianca. e i taxi sono nel novanta percento dei casi delle santana tremila o duemila. la tremila ha l'alettone. le santana sono prodotte dalla volkswagen, ovvero dalla sua joint venture cinese, la santana. dovete immaginarvi le vecchie passat, il primo modello, rigorosamente tre volumi. col tempo è cambiato il design, ma il concetto è sempre quello.

e quindi sali in taxi. c'è questa barriera antitutto in plexiglass che ti separa dall'autista, che spesso non è che ci assomiglia poi troppo alla foto della licenza, ci sono i coprisedili bianchi, ci sono cose strane che pendono dallo specchietto, ma soprattutto c'è il thermos del thè inserito in supporti come quelli delle bici da corsa. ogni tanto tric tric, svitano, danno un sorso e via.

e poi c'è il tassametro parlante, che prima gracchia qualcosa in cinese, poi ti dice "welcome to take my taxi..." e tutto il resto, mettiti la cintura e abbiti un buon viaggio. stracatracatrac che stampa qualcosa e si parte. corsa minima 11.00 kuai, che poi sono tipo un euro. e con questo euro ci fai dei chilometri.

i taxi sono un'esperienza unica. la prima cosa che ti colpisce, dopo il tassista e quanto sopra, quindi non la prima cosa, ma fa nulla, è la temperatura. tropici d'inverno, siberia d'estate, umido nella mezza stagione, e bagnato quando piove, dato il finestrino abbassato. d'estate è fantastico rischiare la trachea col freddo siderale, o uscire dal taxi con gli occhiali che si appannano. sbalzo di temperatura almeno venti gradi.

poi parte. prima seconda terza in due secondi. no, non tirano le marce, cambiano a milletrecento giri. crociera trenta all'ora, vanno piano. un po' te la prendi e dici "ma dai che c'ho fretta", poi si immette sulle principali e urli "wang, vai piano che c'ho paura, cazzo che manovra", ti tieni alla maniglia con la destra e con l'altra...diciamo che sei un po teso. sono mitici i tassisti anche per questo. il traffico sembra un fiume con gli affluenti, si mescola tutto, frecce o non frecce, semafori o meno, ciclisti, pedoni e delirio. se il semaforo è rosso, si puo comunque svoltare a destra, ma soprattutto sui vialoni le corsie esterne vanno dritte, e quelle centrali girano, per legge, rigorosamente in terza o in folle, con le auto che si imbarcano tragicamente e prive di controllo.

e poi il meglio del meglio, la crema, è dettare le strade. passato quel periodo di timore nei confronti della lingua cinese, ci provi a dirgli qualcosa, a iniziare dalla via. prudente e un po tremolante dici..."jululu, fuminglu"....silenzio, no, non ha capito. lo guardi, ti guarda..."...jululu fuminglu?"...e tu prudente.."jululu fuminglu, dui, dui"...lui ti riguarda, si mette bene nel sedile, ti riguarda e urla "jululuaah, fumingluaaaah"..."dui, jululuaaaah, fumingluaaah" e via, mille giri che si parte in seconda. è lo slang che manca, altro che i four tones che ti dicono a lezione, biascicare, mangiarsi le parole e urlare. non è la lingua, ciò che conta è sembrare cinesi! vai wang, daidegas che c'ho la cena tra dieci minuti....

"crrrr, dear customer, welcome to take my takasi again, crrrr"

mercoledì 7 giugno 2006

first impact shanghai

il primo impatto con shanghai per molti è una specie di treno in faccia.

io invece sono molto rilassato, del resto ho appena perso il bagaglio e sono in piedi da ore, con un fuso orario che chiamo per nome. e poi aleviola mi sta accompagnando al fake per comprare almeno qualcosa da mettermi per qualche giorno. comunque, che casino.
la prima cosa che noto è il rumore. c'è un rumore di fondo fortissimo, continuo. un insieme di clacson, fischi di freni, gente che urla, lavori in corso, fischietti, i rigattieri coi loro coperchi di latta che fanno rumore per fare rumore...ecco, rumore per fare rumore. sembra come che se una cosa non fa rumore, non è buona. mi da un fastidio notevole tutto ciò, ma mi diverte pure. mi ricorda il cairo.
la seconda cosa, un po' per forza un po' perchè me lo avevano detto, il traffico totalmente fuori controllo. per forza perchè si rischia di essere investiti ad ogni incrocio. non si discute la gerarchia: auto che suona di più, motorino più veloce, motorino elettrico, bici, carretto, pedone. vale il consiglio di considerare ogni attraversamento una sfida, come se si passasse col rosso da noi. chi se ne frega di più dell'altro, vince. in caso di dubbi seguire la massa, in fretta.
e poi gli odori. in cinque metri di strada si passa dal fruttivendolo che scarica tutta la roba appassita nel tombino creando un microcosmo con conseguente odore dolciastro, alla giaotseria dai vapori non identificabili, al "riparatutto" con le macchie d'olio e grasso sul marciapiede [incrocio jululu-fuminglu], e via dicendo.

il sonno prende il sopravvento ma non fa in tempo a inebriare i sensi perchè arriviamo al fake market, un casino totale di bancarelle che vendono di tutto e tutto falso, borsette giacche, penne, tovaglie, foulard, zainetti, scarpe, calze, pantaloni, cappelli e tutto il resto. andreastrat mi aveva raccontato dei tizi che ti tirano la manica per venderti i dvd. "sir, dividi, begas', wachis? sir...sssssex dividi?" [la cosa migliore è quando ti guardano della serie vecchio sporcaccione, lo so che vuoi i divudi sporchi. ecco di questi ce ne sono venti e ti si lanciano addosso tutti in una volta...sir, sir,sir]. e poi devi contrattare per qualsiasi cosa, sempre, anche se torni alla stessa bancarella e sai gia quanto l'hai pagato la volta prima, niente, riparti da zero e ti danno del bugiardo se dici il prezzo a cui dieci minuti prima eri riuscito a scendere.
ed è una cosa fastidiosissima.

alla fine prendo giusto due cose perchè mi esplode la testa. troppa gente, troppo rumore, troppa roba. sono ubriaco, ho visto troppe cose in una volta sola. vedere venti paia di scarpe in ogni bancarella, tutte diverse e tutte rigorosamente false storidisce.

torno a casa. cotto. è arrivato il treno. dritto in faccia.

landed: parte seconda


una volta atterrato mi accorgo di non ricordare assolutamente nulla di cinese

vabbeh, poco male, l'aeroporto è pur sempre un aeroporto, le iconcine dei bagagli e dei taxi mi aiuteranno. illuso occidentale perso nel nulla cinese. scendo le scale per il recupero bagagli. il nastro gira, e gira, e gira, scende un po' di tutto, tranne la mia samsonite verde. no, non scende. proprio no. un pò rassegnato vado verso il desk della british...

"aaaah, maybe your luggage is...aaaah, we don'aaaaa know sir.....aaaa, yes"

vabbeh, poco male, dopo le corse tra le piste in pulmino privato della british a londra per poter prendere il volo per shanghai, il minimo è che la valigia fosse persa, oppure sola e abbandonata su un qualche nastro a heathrow. la british mi regala una carta di credito da 35 sterline come indennizzo. forse più stanco che rilassato penso "adesso chiamo gli altri e mi faccio dare l'indirizzo di casa".

penso di avere digitato il pin del telefonino italiano almeno una volta alla settimana per anni. è quindi assolutamente ovvio che io sbagli per tre volte di fila il codice. con un sorriso rassegnato accolgo la richiesta del codice puk. vabbeh, poco male, sono perso ai bagagli nell'aeroporto di shanghai. per fortuna mi ricordo di avere scritto l'indirizzo degli altri su un foglietto. esco, cerco un taxi. l'aeroporto è deserto, i voli della mattina sono finiti, sono solo sul piazzale. mi corre incontro questo tizio con una stelletta mercedes in mano. parla. cioè emette suoni incomprensibili. sono sconvolto. insomma, non pensavo di non essere in grado di distinguere una parola dall'altra. fortuna che il tizio inizia a urlare "takasi, takasi". ecco il mio passaggio in città, unica indicazione un foglietto con l'indirizzo e la frase di ale viola "se il tassametro va oltre i 150 quai stai per perdere un rene". la battuta sembrava carina, ma sono perso a shanghai, ora tutto è possibile. il tassista attacca la stellina sul cofano e gira la chiave. un po stordito salgo in taxi col mio zainetto. piove. il tipo che guida non assomiglia nemmeno da lontano alla foto della licenza sul cruscotto. lo riguardo, no, per nulla. parla. mi inonda di parole, tra le quali daguoren, "tedesco?". gli faccio capire che sono italiano con un accento scandaloso, "wo shi yidaliren", [uo sci iiidaliren]. lui come risposta mi mette su un cd dei modern talking, gruppo terrificante anni ottanta, tedesco. mi guarda e indicando lo stereo mi ridà del tedesco. alza a chiodo e accellera. ma si penso io, ma chissene, "dui, dui, daguoren" [si, si, tedesco] e via tra grattacieli da mille piani con le lenzuola stese fuori dalle finestre......vai takasi, vai... bruno, ma dove ti sei spedito.... tic tic tic....130 quai e siamo ancora in tangenziale....

landed: shanghai pudong international airport


sono arrivato a shanghai il sette di marzo 2006. stufo di un'italia che non ritenevo e non ritengo in grado di offrirmi un futuro decente ho iniziato a pensare che era il caso di smettere di perdere tempo in un cubicolo a sesto ulteriano e di andare a lavorare in un qualche altro paese. le circostanze me lo permettevano e l'occasione era unica. se d'apprima l'idea era quella di partire per la nota germania, una volta presentatasi la possibilità di andare in cina non ho resistito. e così eccomi qua. in fondo è la vita che ho sempre sognato. da un lato ammetto che l'idea di fare qualcosa di particolare per cui gli amici e conoscenti potessero dire "bruno? è in cina, a shanghai" ha sicuramente contribuito a farmi partire. dall'altro tutti questi anni di scuola tedesca, con gente da fuori che arrivava, ripartiva, raccontando di posti e popoli diversi mi hanno lasciato il fascino della vita in un posto diverso. in questo senso riconosco che l'esperienza a francoforte è stata solo l'inizio. gia al secondo giro avevo voglia di andare più lontano. certo qui a shanghai è veramente un pò tanto lontano, ma quando mi ricapitava. e poi..... shanghai, che posto pazzesco